martedì 29 aprile 2014

Dissertazione su i giardini inglesi e sul merito in cio' dell Italia





DISSERTAZIONE

SU I GIARDINI INGLESI

E SUL MERITO IN CIÒ DELL’ITALIA

presentata all’accademia di scienze,
lettere, ed arti di padova nell’anno 1792.
e inserita nel volume iv. degli atti
dell’accademia medesima.


DISSERTAZIONE
Un giardino, scrive Bacone di Verulamio, è il più puro de’ nostri piaceri, e il ristoro maggiore de’ nostri spiriti, e senza esso le fabbriche ed i palagi altro non sono, che rozze opere manuali: di fatto si vede sempre, che ove il secolo perviene al ripulimento ed all’eleganza, gli uomini si danno prima a fabbricare sontuosamente, e poi a disegnar giardini garbatamente, come se quest’arte fosse ciò che havvi
di più perfetto. CosìBacone[1]. L’Italia, al risorgere delle lettere e delle belle arti, fu la prima a coltivare, come gli altri studj, quello ancora delle amenità villerecce: ma convien confessare, che ora molte nazioni nell’amore ci vincono e nella cura di queste tranquille, ed erudite delizie, e che l’Inghilterra è nelle medesime la maestra delle nazioni tutte.
Non è così facile il dare un’idea veramente giusta ed esatta de’ giardini Inglesi, perchè quest’arte venne perfezionata di
fresco, anzi si va tuttora perfezionando, non trovandosi forse giardino, che non abbia qualche difetto grave, il che non toglie, che se ne conoscan bene le regole, stante che sappiamo anche come debba farsi un poema, benchè poema perfetto non sia mai stato fatto.
L’arte del giardiniere Inglese consiste nell’abbellir così un terreno assai vasto, che sembrar possa, che la natura l’abbia in quella guisa abbellito ella stessa, ma la natura intesa a far cosa più squisita e compiuta, che far non le veggiamo comunemente, riunendo in un dato spazio molte bellezze, che non suole riunir mai, e dando a quelle bellezze stesse una perfezione ed un finimento maggiore. Che cosa veramente desidera l’uomo Inglese? Desidera vedersi in mezzo a una varia, e, quanto più gli può andar fatto, deliziosa campagna: quindi si studierà di formare il terreno, regolar le acque, disporre gli alberi ed i cespugli, alzar qualche
fabbrica, servirsi delle rupi e balze, se per fortuna trovasi averne, e finalmente così ordinar tutto, che o diportandosi a piedi, o prendendo un più largo giro a cavallo, gli appariscano successivamente novelle scene maravigliose, e d’ogni maniera, cioè o gentili e ridenti e sublimi, o sparse d’una dolce melanconia, o dipinte d’una bella orridezza. Di qui si vede, che la parola, che usiamo, non dice abbastanza. Giardino propriamente è la parte più ornata, a cui s’aggiunge il parco, ed anche il podere, o una porzione di questo, poichè l’utile al dilettevole sempre si vuole unito, sì veramente, che il primo sotto la sembianza del secondo si mostri sempre. Non v’ha dunque vocabolo, che comprenda il tutto, e gl’Inglesi stessi usano la parola, come noi, di giardino.
Non è del mio assunto il dichiarar minutamente tutti que’ mezzi, con cui gl’Inglesi producono effetti sì nobili e sì stupendi; ma pochissimo conosciuta essendo
generalmente quest’arte in Italia, lasciar non posso di toccarne almeno i punti più essenziali e importanti. E già quanto al terreno, ciascun vedrà subito, ch’esser non può, che o convesso, o concavo, o piano: si tratterà dunque di unire insieme, e di far combinare così i differenti spazj, che una bellezza ne risulti naturale, sì, ma grandissima, e quale la natura dovesse compiacersi assaissimo di averla inventata. Rispetto alle piante, non converrà nè disporle, nè grupparle insieme senza badare alla lor figura, ed al colorito, altre essendo spesse e serrate, ed altre rare ed ariose, altre gittando rami dal più basso tronco, ed altre solamente dall’alto, altre piramidando, e altre no, e queste tingendosi d’un verde scuro, e quelle d’un chiaro, ed alcune d’un verde tocco leggermente o da un bruno, o da un bianco, o da un giallo ancora; e non solo tra loro, ma variando ancora in sè stesse secondo la loro diversa età: oltre che le
foglie hanno anche una certa agilità, o rigidezza, per cui secondan più o meno l’intenzione del giardiniere, e talune che vantano un certo lustro, e sanno rallegrare un boschetto, là sarebbero inopportune, ove una cupa e severa oscurità si desiderasse. La stessa diligente osservazione della natura sarà necessaria in riguardo all’acque, senza le quali par cosa morta un giardino, o queste stagnino in forma di lago, o scorrano in quella di ruscello, o di fiume, con ponti, e con isolette, o precipitino d’alto in cascata, il che nondimeno è sì difficile ad eseguirsi, che molti hanno queste cascate con savia disperazione affatto sbandite. Dicasi il medesimo delle rupi: quegli che per sorte le ha, può bene con qualche modificazione farle al suo intento rispondere, ma folle e perduto tentativo sarebbe il voler crearsele; e così, quanto alle fabbriche, fortunato chiameremo chi possedesse un vecchio castello, una Gotica chiesa o altra vera ruina,
a cui difficilmente possono somigliar bene gli artificiali diroccamenti. Che dirò de’ riguardi che voglionsi avere alle differenti ore del giorno, onde risultano effetti differenti, ed anche alle diverse stagioni, ciascuna delle quali ha nel giardino le sue bellezze, non mancando chi preferisca l’autunno per la varietà de’ colori, mentre, in grazia degli alberi sempre verdi, e di alcune altre avvertenze, non è scolorato, nè senza delizie, lo stesso inverno? Che dirò degli animali, onde la terra e l’acqua son popolate, e avvivato è il tutto, come, oltre i più comuni, i daini ancora, ed i cervi, e i candidi cigni? Finalmente osservisi, che l’uomo Inglese s’insignorisce, per dir così, e gode dell’intero paese che lo circonda, ordinando egli le cose tutte in maniera, che un monte, una torre, o altro oggetto importante, ch’è fuori del giardin suo, par collocato là a bella posta per contribuire ai piaceri di lui, creando un prospetto, o perfezionando,
senza saperlo, una delle scene del suo giardino.
Da tutto ciò si ricava, quanto grande richiedasi estension di terreno a tali intraprese, e quanto abbiano del ridicolo certe imitazioni dell’Inglese maniera, che si veggono in più parti d’Europa. Negli stessi giardinetti, che verdeggiano a tergo de’ palazzi cittadineschi, trovi con istupore que’ sentieri a zig-zag, e come si dipingono le saette, i quali, oltre che ancor ne’ giardini grandi deggion muoversi con dolci curve, così conducendoli la natura, servono, ciò che ne’ piccioli non può aver luogo, ad allungare e più forse, che non vorresti, i passeggi tuoi, celando sempre la meta, e novelli oggetti promettendo sempre alla tua rinascente curiosità. E que’ tempietti Cinesi? Come se colonie venute fossero in Francia, o in Germania di Cinesi uomini, che lasciati ci avessero, ed anche ottimamente conservati, i lor monumenti.
Ricavasi pure da ciò che si disse, o che accennossi piuttosto, quanto tali giardini s’allontanin da quelli che chiamansi regolari, ed ove il giardinajo, o, a dir meglio, l’architetto taglia le piante, come fossero pietre, e ne forma camere, laberinti, teatri, o lunghi e diritti viali con vasi e statue, che stannosi di rimpetto; ove rinchiude tra il muro le acque, o dal piombo in alto le slancia; ove il terren disuguale divide in piani, lo sostien con pareti, e pratica marmoree scale, perchè un piano riesca all’altro; ove più, che l’erba, il marmo, più, che l’ombra, domina il sole; ed ove non si tien conto di quelle prospettive, che il paese con vana e non accettata cortesia forse somministra. Però non è da domandare, se gl’Inglesi si ridano di simili studj. Ma i lor giardini sono poi tali, che non vadan soggetti a difficoltà niuna? Non mi par veramente. E forse v’ha tale obbiezione contra essi, ch’io non credo esser mai stata fatta.
L’arte de’ giardini irregolari si propone, come vantansi gli stessi Inglesi, d’imitare, abbellendola, la natura: si propone quello che la Pittura e la Statuaria, anzi tutte quelle arti, le quali si chiamano imitative, e tra le quali questa pure de’ giardini irregolari, o moderni, che dicansi, vien collocata. Veggiamo, s’ella merita un così bel posto.
L’artista, qualunque siasi, che prende a imitar la natura, ha una materia sua propria, di cui si vale per le sue imitazioni. Una tela, o tavola, o altro di superficie piana con alquante terre colorite è la materia del pittore: un pezzo di marmo quella dello statuario. E tanto importa la considerazione di questo materiale, che da esso principalmente quel piacer deriva, e quello stupore che tali arti producono in noi; dal veder cioè, che l’artista con una materia tra le mani indocile oltre modo e ritrosa, seppe nondimeno, senza mai cambiarla, modificarla così, che tanto rassomigliasse all’originale da lui tolto a
imitare, quanto non si sarebbe creduto, che rassomigliare potesse. Di fatto mettiamoci a riunire quelle due arti, e coloriamo una statua: cresce l’imitazione, e ciò non ostante l’effetto scema. Ma condur tali linee, e contrapporre tali chiari e scuri, che una superficie piana mi paja camera, o bosco con gente che operar sembra, e parlare? Ma da masso informe fare uscir persona, e dare al marmo la morbidezza delle carni umane, e la immagine dell’umane passioni? Questa è maraviglia: diletto è questo. E lo stesso dicasi del poeta. I versi sono la materia, di cui egli si vale: poichè la vivezza del colorito, la forza dell’espressione, e simili requisiti non sono così proprj di lui, che ad altri scrittori ancora non appartengano. Ed ecco perchè quella opinione non regge, che diasi poesia senza metro, e che si possa scrivere in prosa la tragedia, o il poema, se piace tal comodità. Per questo appunto, che le persone, che il poeta introduce,
parlarono in prosa, non la userà egli; là non v’essendo più vera imitazione, ove s’adopera quel materiale stesso, che la natura suole adoperare. E se alcuni moderni nelle lor commedie l’usarono, non per questo io dirolli poeti, come non li direbbero i Greci, e i Romani, che in versi le commedie loro scrissero tutti.
Non può dunque l’arte de’ giardini Inglesi essere imitativa, e tra le arti, che si chiamano con tal nome, venir collocata. Tale sarà bensì quella d’un pittore di paeselli, che in un quadro mi rappresenti una bella campagna, perfezionando le scene da lui osservate, e il vero all’ideale con la immaginazione sua riducendo: ma non intenderò mai, come allora ci sia imitazione, ch’io mi servo della stessa materia, ond’è composto il mio originale, e come si possa imitar la natura con la natura.
Si dirà che tale obbiezione colpisce piuttosto quegli scrittori, da cui tra le arti imitative posta fu questa, di cui parliamo, che
non questa medesima, la quale potrebbe bella essere, benchè non imitatrice, o benchè non imitatrice a quel modo, che sono le altre, cioè non usando una materia sua propria, che non possiede, ma di quella insignorendosi dello stesso suo originale, ed operando con quella. Ed aggiungeranno, che se quest’arte produce con la sua imitazione un diletto, poco rileva, che non sia quello appuntino, che dall’altre arti con le imitazioni loro vien generato. Questo discorso par ragionevole: ma tale nuova maniera d’imitare non potendo non riuscirmi sospetta, converrà esaminare alquanto la spezie di diletto, che da quella risulta.
Ciascun sa, che molti piaceri si compongono di sensazione, e di riflessione ad un tempo: anzi spesse volte renduto è grande dalla riflessione un piacere, che piccolo assai, quanto alla sensazione, sarebbe. Ciò posto, diremo così: quando io passeggio per qualche campagna, e mi vien fatto d’incontrare una scena naturale, ma bella olta
modo, ecco mi s’avventa subito al cuore una certa soavità; ma questa soavità quanto non l’accresce il considerare, che quella bellezza è prodotta dal caso, il quale accozzò insieme que’ diversi oggetti così, che un tutto nobile e raro ne scaturisse? Per lo contrario, quando una bella scena artifiziale mi s’appresenta, certo io ricevo subito una sensazione assai dolce; ma la riflessione, lungi dall’accrescere il piacere, parmi anzi diminuirlo. Perciocchè il sapere, che quell’accozzamento è uno studio, mi rende di difficilissima contentatura: intanto che una minor bellezza, ma casuale, mi diletterà, e m’incanterà molto più, che un’assai maggiore, ma frutto dell’arte, dalla quale non è cosa ch’io non esiga. E ciò io dico di quelle bellezze che l’arte sa perfezionare: perchè rispetto a quelle più grandi e sublimi, che osa imitare talvolta, è incredibile quanto rimanga al di sotto, e quanto più mi disgusti la infelicità, che l’ardire non mi piaccia, del tentativo.
Forse opporranno alcuni, che nella natura stessa noi veggiam sempre la man dell’uomo, senza la quale le acque si radunerebbero ne’ luoghi bassi, e quindi d’umidità pieni e di freddo, e pessimo governo farebbe degli alti la siccità: ogni pianura sarebbe palude, ogni bosco presso che impenetrabile per la vegetazione lasciata in balia a sè medesima; e se qualche bellezza selvaggia ed orrida di scoprire ci fosse dato, indarno ne ricercheremmo una sola del genere ameno e ridente. A ciò si risponde, che questa considerazione non destasi negli uomini comunemente, i quali, nel vagheggiar che fanno una deliziosa campagna, si dimenticano della parte, che la coltivazione vi ha. In oltre è vero, che l’uomo doma e ingentilisce questo monte, rinserra e dirige quel fiume, mescola ed alterna le sementi e le piante, e per conseguenza le forme e i colori, e una qualche maniera di fabbrica innalza qua e là. Ma queste, e cento altre cose le fa egli
per ragioni particolari d’utilità propria: da tutte poi nasce spesso, senza ch’e’ vi abbia pensato, una combinazione di oggetti, che piace e rapisce, ma combinazione che vien prodotta unicamente dal caso, e che da noi si suole chiamar natura. E nutrendosi una opinion grande e superba delle opere dell’arte, rimpetto alla quale il caso pare non aver forza niuna, è chiaro, che le felici produzioni di questo più assai, che i maggiori sforzi di quella, la maraviglia dovranno, e il diletto in noi risvegliare.
S’aggiunga, che gli uomini, passeggiando per una bella campagna artefatta, son costretti di applaudire all’artefice, e di avergli obbligo del piacere che lor procura; e ciascun sa, che così il dare una lode, come il ricevere un benefizio, a molti pur troppo riesce gravoso. Ma quando per lo contrario altri vagheggia una scena naturale, non resta obbligato ad alcuno di quel piacere, e invece di lodare un altro, loda, cosa generalmente più dolce, sè stesso: poichè una
scena naturale ci par quasi creata da noi medesimi, che spesso ci crediamo i primi ad osservarla, o almeno ad osservarla con quella diligenza sagace e dotta, che non lascia indietro nulla di quanto può conferire alla sua perfezione. Quanto non dovrà dunque sembrarci vaga, singolare, magnifica?
Alcuni pertanto potrebber dire, che non dovremmo privarci di quella spezie di bello, che ne’ giardini regolari si trova, di que’ pergolati e di quelle spalliere, di que’ giuochi e spruzzi mirabili d’acqua, che si colorisce al sole e s’indora, di que’ verdi ricami, di que’ sontuosi terrazzi, de’ bronzi gettati e degli scolpiti marmi, d’un luogo infine, ove tra l’erbe ed i fiori l’Idraulica, la Statuaria e l’Architettura insieme gareggiano; e goder poi delle bellezze semplici e schiette, e certo infinitamente superiori, in mezzo ai campi, su la riva de’ fiumi, tra i monti e le valli, cioè nelle braccia, per così dire, della vera ed originale natura. Nè vergognarci tanto di amar ne’ giardini quella regolarità
che tanto ci piace negli edifizj; e considerare, che di quella così nemica non è la natura stessa, che se ne valse nell’opera sua più bella, nella figura dell’uomo. E lasciando anche ciò, perchè, avendo due piaceri, rimaner vorremo con uno solo? Due piaceri che per l’opposizione, in cui son tra loro, s’aguzzano scambievolmente, e del minor de’ quali potrò almeno servirmi per tornagusto. Perchè, godendo delle bellezze naturali, non godrò ancora di veder gli alberi e le acque, di veder la stessa natura dall’uom sottomessa, e a’ suoi capricci ubbidiente, ammirando il poter dell’uomo, e il mio amor proprio rallegrando con tale ammirazione?
Ma comunque possano essere ricevute queste riflessioni, convien confessare, che quando bene l’Inglese giardino non generasse tutto quel diletto e quella maraviglia, che i suoi partigiani promettono, molto volentieri l’uomo vi passeggerà sempre per entro: il che vuolsi attribuire in gran parte a
quella cura instancabile ed erudita, con cui trattano, come tutte le altre cose, questa pure gl’Inglesi. Perchè, oltre la gran varietà delle piante, tra le quali ne vedi assaissime di forestiere ch’eglino hanno con sommo studio addomesticate, oltre tante loro avvertenze finissime, che lungo sarebbe il solo accennare, è incredibile, con quanta diligenza la cotica del prato educando vanno, e con que’ lor cilindri domando; mentre a maraviglia gli ajuta l’umidità del clima, e il frequente piovigginare, onde quella viva e forte verdezza, che molto di rado fuori si vede dell’Inghilterra. Senza che, ove sia vero, che la più parte degli uomini di buon gusto allettata resti e rapita da tali delizie, poco varrebbe ogni ragionamento contra esse vibrato, comechè giusto. Ed è anche una gran presunzione in favor loro l’andar vedendo il conto che i personaggi ne fanno più ingegnosi e dotti d’una tanto illuminata nazione, la qual non può credersi quanto si compiaccia di aver questa spezie di giardini
non solo perfezionata quasi, ma diremo ancora inventata.
Vero è, che, quanto all’invenzione, non mancan di quelli che all’Inghilterra la tolgono, e la danno alla Cina. Tuttavia questo punto non è stato sparso ancora di tanta chiarezza, che regolar possa i nostri giudizj. Le descrizioni, che dei giardini Cinesi, e delle delizie dell’Imperatore presso Pekino ci han date i Padri Gesuiti, non sono abbastanza particolareggiate e distinte; ed il celebre Cavalier Chambers, che ne trattò più ampiamente, ma che poco s’internò nel paese, confessa con lodevole ingenuità non aver veduto di que’ giardini, che i men grandi, e meno curiosi, e che più assai, che da questi, notizia trasse del far Cinese dalla bocca d’un pittor famoso di quella nazione chiamato Lepqua. Ma supponendo ancora, che tra quel giardino, e il Britannico non corresse differenza niuna, ne conseguita forse, che il primo sia stato modello al secondo?
È egli necessario il far viaggiare le arti da un paese all’altro, come se due nazioni trovar non potessero la cosa stessa? E se per avere i Cinesi trovato assai prima la polvere d’arcobugio, e la bussola, e forse anche la stampa, non però si toglie la gloria di queste tre scoperte alla Germania, e all’Italia, perchè vorremo defraudar l’Inghilterra di quella d’una maniera di giardini, che forse prima erano nella Cina?
Fu investigata eziandio la maniera de’ giardini degli antichi: ma nulla s’incontra ne’ libri, che lo stile Britannico rappresenti. Quelli di Alcinoo, che ne’ versi d’Omero, come disse colui, sempre verdeggeranno, non eran che un orto con alquanti legumi in quadro, e due fontane per irrigarli, oltre le piante fruttifere: non contenea l’intero ricinto, che quattro jugeri, e regolarmente distribuito era ogni cosa. Poco sappiamo di quelli di Babilonia. Sforzi tuttavia così grandi d’arte e di lusso

slontanan da noi ogn’idea di semplicità e di natura; senza che non par che orti pensili, supposta la verità de’ Babilonesi mal grado del silenzio d’Erodoto, potessero essere di quella estensione, che l’Inglese gusto richiede. Quanto ai Romani, molti passi di autori, e le celebri lettere massimamente delgiovine Plinio, che parlano della sua villa Laurentina, e di quella, che avea egli in Toscana, non ci lasciano dubitare della regolarità e simmetria de’ giardini loro: alberi tagliati in diverse forme di animali, e di vasi, terrazzi, viali, giuochi d’acqua, e simili ricercatezze; benchè forse alcuni le condannassero, come si può conghietturare da questo luogo di Giovenale:
In vallem Egeriæ descendimus, et speluncas
Dissimiles veris. Quanto præstantius esset
Numen aquæ, viridi si margine clauderet undas
Herba, nec ingenuum violarent mormora tophum!
Ciò che si disse dell’antica, dicasi ancora della moderna Italia, che sin dal secolo decimoquarto conosce questi piaceri, come
apparisce dallaterza giornata del Decamerone; cioè tre secoli prima della Francia, che solamente sotto Lodovico il Grande cominciò ad essere giardiniera, e che ultimamente imitò anche in questo la sua rivale Inghilterra, piantando, scrivendo libri su tale argomento, ed eziandio poetando, giacchè molto del Poema del Mason sopra i Giardini, e dell’Epistola del Pope al Lord Burlington, si giovò nel celebre Poema suo il valoroso Delille. La Germania non meno ha molti giardini, che sono, o ch’esser vorrebbero Inglesi, e parecchi ne abbiamo presentemente anche noi, ma io non ne conosco che tre: l’uno a Caserta, che nascer vidi sotto la direzione d’un valente artista Tedesco, l’altro non lungi di Cremona, che appartiene ai due coltissimi, e gentilissimi fratelli Picenardi, e il terzo presso Genova disegnato da quel Senator Lomellini, che fu così applaudito ministro a Parigi della sua Repubblica.
Finalmente si studiò, se v’era scrittore,
nel quale si trovasse qualche immagine di giardino irregolare non già eseguito, ma da eseguirsi; intanto che dove i precetti dell’arti si sogliono trar dagli esempi, questa volta all’opposto la pratica fosse stata preceduta dalla teorica. In effetto una immagine di quello luminosissima si credette vedere nella descrizione del Paradiso terrestre fatta dal Milton. Laonde dicon gl’Inglesi: Questo giardino è cosa totalmente nostra; poichè il Milton lo ci mostrò prima nel suo maraviglioso Poema, e noi poscia da questo su la faccia della terra lo trasferimmo, e di fantastico il rendemmo reale. Noi abbiamo avuto, scrive l’illustre autore del Saggio su l’arte de’giardini moderni, un uomo, un grande uomo, a cui nè l’educazion, nè l’usanza preoccupava la mente; il quale
Benchè serbato a ree stagioni, e tutto
Di cecità, di solitudin cinto,
giudicò, che i falsi e bizzarri ornamenti, che veduto avea ne’ giardini, erano indegni
della mano onnipossente, che piantò le delizie del Paradiso. Col profetic’occhio del gusto (così udii definir bene il gusto) egli sembra aver concepito, ed antiveduto la moderna maniera, come il Lord Baconeannunziò le scoperte posteriormente fatte dalla sperimentale Filosofia. La descrizione dell’Eden è più calda e pia giusta pittura del presente stile, che non sarebbe una copia di Hagley, e di Stourhead per mano di Claudio Lorenese[2]. Così il
signor Walpole, poi Lord Orford: Hagley e Stourhead son due giardini rinomati dell’Inghilterra.
Ma ciò, che l’ingegnoso autore ha detto del Milton, a me pare, che assai più convenevolmente si sarebbe pronunziato d’un nostro Italiano, cioè dell’immortale Torquato Tasso. Questi trovò con la forza dell’ingegno suo, questi diede il primo l’idea di tali giardini; ed è una certa meraviglia, che il Serassi, a cui nulla sfuggiva di quanto tornar potea in lode del suo Torquato, ciò non abbia nella lunga Vita, ch’egli ne scrisse, avvertito. Un breve confronto tra la descrizione del Paradiso terrestre, e quella degli orti di Armida, dimostrerà chiaramente la mia asserzione. Udiam prima il Milton nella Traduzione del Rolli, che se non è abbastanza leggiadra, certo è fedele abbastanza.
Così lo Spirto reo siegue il suo varco,
Ed a’ confini d’Eden s’avvicina,
Dove il delizïoso Paradiso

Mirasi or più vicin con verde claustro
coronar quasi di rurale sponda
L’aperta sommità d’erta boscaglia,
I di cui lati irti per siepi e dumi
Altamente cresciuti ermi e selvaggi
Niegan sentier. D’altezza insuperabile
Ombra vasta, al di su, porgeano il cedro,
Il pin, l’abete, e la ramosa palma:
Scenica boschereccia! Ed ascendendo
Per grado una su l’altra ombra, ne apparve
Teatral selva di grandioso aspetto.
Pur alto più, che le lor cime sorgono
Del Paradiso i verdeggianti muri,
Che al nostro primo Genitore un largo
Prospetto dan sopra il suo basso impero,
E alle sue vaste vicinanze intorno.
Indi, alto più di quelle mura, in cerchio
Frondeggia un filar d’alberi i più vaghi
Carchi di frutta le più dolci e belle.
Il frutto e il fiore di color dorato
Ambo appariano a un tempo istesso, e tutti
Smaltati di color diversi e gai,
Dove il Sole imprimea raggi più lieti,

Che in vaga nube a sera, o che nell’umido
Arco, poichè irrigata ha Dio la terra.
Sì amabile apparia quel bel paese !
.        .        .        .        .        .        .
Scorre per l’Eden verso l’ostro un largo
Fiume senza cangiar corso, e per entro
Selvoso monte sotterraneo ingolfa:
Chè collocato ivi quel monte Iddio
Avea del suo giardin come una sponda
Alto sovra la rapida corrente,
Onde l’umor per le porose vene
Con benefica sete alto contratto
Ne scaturisse il fresco fonte, e tutto
Irrigando il giardin con più ruscelli;
Quinci poi riunito in giù cadesse
Dalla rapida balza ad incontrarsi
Con la bassa corrente, ove all’aperto
Fuor dell’oscuro suo varco apparisce:
E donde in quattro principali fiumi
Divisa scorre, e più famosi regni,
Cui ridir qui non giova, errando bagna.
Ben fora d’uopo dir, s’arte il potesse,
Come da quella fonte di zaffiro

I crespi rivi rivolgendo il corso
Su perle orïentali e arene d’oro
Per girevoli verdi labirinti
Scorron nettare sotto ombre pendenti,
Ed ogni pianta visitando, nutrono
I vaghi fior, di Paradiso degni,
Cui non industrïosa arte in diverse
Forme di culto suol, ma in monti e in valli,
E in piagge compartì l’alma natura
Egualmente profusa, e dove il Sole
Scalda fin dal mattino il campo aprico,
E dove opaca impenetrabil ombra
A mezzo dì la boschereccia imbruna.
Sì questo ameno luogo era un felice
Sito rural di differenti aspetti,
Boschetti, le cui piante prezïose
Gomma odorata e balsamo distillano,
O le cui frutta di dorata scorza
Con brunito splendor pendono amabili,
Favoleggiate già in Esperia, e solo
Qui vere, e di sapor delizïoso.
Fra lor pianure e livellate piagge,
E greggie a pascolar l’erbette tenere

Stavan frapposte, o d’elevate piante
Collinette coperte, o il grembo florido
Di qualche valle di ruscelli piena
La dovizia spandea de’ suoi bei fiori
D’ogni colore, e rose senza spine:
Veggonsi in altra parte ombrose grotte,
E spechi di freschissimo ritiro
Cui sopra, a tardo piè, serpe la vite
Lussureggiante di purpurei grappi,
Mentre le mormoranti acque, o disperse
Cadono giù dalle pendici, o i varj
Uniscon rivoletti in chiaro lago,
Che al coronato margine di mirto
Tiene innanzi il suo specchio cristallino.
S’ode cantar de’ pinti augelli il coro,
Cui zefiro gentil, che spira odori
Di campi e di boschetti, il suono accorda
Delle tremole foglie susurranti:
E intanto Pan l’universal Rettore
Con l’Ore e con le Grazie unito in danza
Guida appo sè la Primavera eterna[3].

Non può negarsi, che bello non sia questo irregolare, o naturale giardino, che
vogliam dirlo. La descrizione di quello del Tasso, che fatta venne un secolo prima
di quella del Milton, è più breve assai: nondimeno veggasi, quanto vi si trovi espressa meglio la forma del presente giardino Inglese:
     Poichè lasciar gli avviluppati calli,
In lieto aspetto il bel giardin s’aperse:
Acque stagnanti, mobili cristalli,
Fior varj, e varie piante, erbe diverse,
Apriche collinette, ombrose valli,
Selve, e spelonche in una vista offerse;
E quel, che il bello e il caro accresce all’opre,
L’arte, che tutto fa, nulla si scopre.
Ecco laghi e numi, ecco varie maniere di fiori, d’erbe e di piante, non in vasi,
non a disegno, non in linea retta, ma col vario e bello disordine della natura; ecco il lucido colle, e l’oscura valle in contrapposizione, e l’orrido e il grande delle selve e spelonche unito all’ameno e al ridente degli altri oggetti, ed ecco una prodigiosa estensione di luogo: finalmente chiusa è l’ottava dalla definizione, per così dire, del giardino Inglese, nel qual si cerca sopra ogni cosa, che quell’arte, che ha operato il tutto, niente apparisca. Poi con precisione ancor maggiore soggiunge il Tasso:
Stimi (sì misto il culto è col negletto)
Sol naturali e gli ornamenti, e i siti.
Di natura arte par, che per diletto
L’imitatrice sua scherzando imiti.
Il signor Shenstone, che in tal materia è autor classico, così scrive: “Alcune bellezze artifiziali sono con tal sagacità ordinate, che altri non può concepirle, che per naturali; alcune naturali così felici riescono, che altri giurerebbe tosto, che
sono artifiziali[4]„. Non sembra egli, che il signor Shenstone commentar volesse il terzo, e il quarto de’ versi sopraccitati? Il concetto de’ quali, che potrebbe così al primo parere alquanto ricercato, contiene una riflession vera e profonda, e mostra qual fino e diligente osservatore della natura, e dell’impressione dei suoi oggetti sul nostro animo, era il cantor della Gerusalemme: benchè non lasciasse ad un tempo di giovarsi dell’altrui con giudicio, come si giovò qui del simulaverat artem Ingenio natura suo, che Ovidio dice d’un antro naturale, che artifiziale sembrava.
Aggiungerò alcuni altri versi, non tanto perchè questi rappresentino meglio il giardino Inglese, quanto perchè mostrano, che
il Milton si ricordò non solamente de’ luoghi d’Omero, ove si descrive la grotta di Calipso, e gli orti d’Alcinoo, ma di questo ancora del nostro poeta, del quale avea, come degli altri nostri, non picciola cognizione:
L’aura, non che altro, è della maga effetto,
L’aura che rende gli alberi fioriti:
Co’ fiori eterni eterno il frutto dura,
E mentre spunta l’un, l’altro matura.
     Nel tronco istesso, e tra l’istessa foglia
Sovra il nascente fico invecchia il fico.
Pendono a un ramo un con dorata spoglia,
L’altro con verde il novo, e il pomo antico.
Lussureggiante serpe alto e germoglia
La torta vite, ov’è più l’orto aprico.
Qui l’uva ha in fiori acerba, e qui d’ôr l’have,
E di piropo, e già di nettar grave.
     Vezzosi augelli in fra le verdi fronde
Temprano a gara lascivette note.
Mormora l’aura, e fa le foglie e l’onde
Garrir, che variamente ella percuote.
Quando taccion gli augelli, alto risponde,

Quando cantan gli augei, più lieve scuote,
Sia caso, od arte, or accompagna, ed ora
Alterna i versi lor la music’ora.
Finalmente d’accennar non si lascia, che daini v’erano e cervi, e simili animali, come vedesi in Inghilterra; atteso che, ritiratasi Armida, Rinaldo per usanza rimane,
E tra le fere spazia, e tra le piante,
Se non quanto è con lei, romito amante.
Per verità sembrami, che l’immagine dell’Inglese giardino espressa sia ne’ versi citati con una chiarezza a non lasciare desiderar di più, ed a farci conchiudere, che il Tasso fu l’inventore di questo genere; genere, del quale nè i giardini del tempo suo, ch’eran simmetrici tutti, nè le descrizioni, che abbiamo, degli anteriori, dar non gli poteano la menoma idea. E notisi ancora, che il Milton non potea non dipingere un giardino irregolare, così volendo il soggetto suo; quando troppo, strana e sconcia cosa sarebbe stato il
rappresentare in que’ primordj del Mondo pettinature di alberi, scale, terrazzi, e simili raffinatezze. Il Tasso per lo contrario, avendo a parlar dell’opere d’una maga, condotto era naturalmente dal suo soggetto ad immaginare quanto l’arte ha di più squisito e recondito, di più sorprendente e miracoloso. Tuttavia egli seppe uscir fuori di quelle camere e gallerie verdi dell’età sua, non curare i verdi rabeschi, dimenticarsi gli strali d’acqua, che spesso colpiscono l’ospite inavveduto; e con l’occhio intellettuale veder seppe un nuovo genere di delizia, che fosse meglio, che la natura, e nondimeno natura fosse, o una natura, per usar questa espressione, artifiziosa, che volle ornarsi, e parere ancora più bella.
Possiam dire pertanto, che non solamente de’ giardini in generale, ma di questi eziandio più moderni, de’ quali non si trova veruna idea prima della Gerusalemme, sia stata maestra in un certo modo alle
altre nazioni l’Italia; come se, dando loro le arti e le scienze, voluto avesse, quasi a sollievo degli studj più faticosi, dar loro anche ciò, ch’è il più puro de’ nostri piaceri. , e il ristoro maggiore de’ nostri spiriti, giusta quelle parole che allegai sul principio, del Cancellier d’Inghilterra